Protezione dei dati personali: il creditore è tenuto a rispettare la privacy del debitore nell’esercizio dell’attività di recupero crediti

da | 7 Ago 2021 | Privacy | 0 commenti

IUS LAB APULIA

Corte Suprema di Cassazione, Sez. I Civile, Ordinanza n. 18783 del 2 luglio 2021.

Il caso oggetto di pronuncia da parte della Corte di Cassazione concerne la materia della privacy. Si precisa sin d’ora che il caso di specie è antecedente all’entrata in vigore in Italia del GDPR 679/2016, ma il principio di diritto affermato dalla Suprema Corte è di estrema importanza e continua a trovare applicazione anche con l’entrata in vigore del predetto GDPR.

La vicenda trae origine dall’invio da parte del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale di due comunicazioni a mezzo pec all’Istituto scolastico presso il quale la persona che riteneva di essere stata danneggiata prestava servizio. Tali documentazioni contenevano dati personali e, nello specifico, si riferivano ad un contenzioso intercorso con lo stesso Ministero nel quale la ricorrente era risultata soccombente con condanna alle spese legali e alle procedure tese al recupero delle spese.

La ricorrente aveva adito il Tribunale di Roma che aveva accolto il ricorso condannando il Ministero al risarcimento del danno per violazione dell’art. 15 del D.Lgs. n. 196 del 2003 e dell’art. 2050 c.c. in combinato disposto, ovvero per aver violato gli obblighi in capo alla PA che le imponevano di rispettare il diritto alla riservatezza della ricorrente.

Infatti, con le modalità di comunicazione utilizzate dal Ministero, erano venuti in possesso di dati personali della ricorrente sia il dirigente scolastico che il personale della segreteria addetto alla ricezione della corrispondenza.

 In  particolare, la prima comunicazione conteneva una diffida e messa in mora “relativa al pagamento delle spese di lite di un procedimento svoltosi con esito favorevole per l’Amministrazione dinanzi al giudice del lavoro – ed avrebbe dovuto essere comunicata privatamente, non inerendo all’attività di insegnante prestata presso l’istituto stesso, mentre in tal modo vi avevano avuto accesso il dirigente scolastico ed il personale di segreteria; che l’amministrazione non aveva dimostrato di aver posto in essere le dovute cautele e la diligenza necessaria ad evitare il danno, a fronte della presunzione di responsabilità ex art. 2050 c.c. in capo a chi effettua un trattamento ritenuto attività pericolosa dal legislatore. Il Tribunale ha accertato la lesività del diritto alla riservatezza anche in relazione alla seconda comunicazione del novembre 2015, osservando che il canale comunicativo istituzionale (PEC) non era stato utilizzato solo per richiedere le coordinate stipendiali della P. funzionali al recupero forzoso del credito, perchè nella premessa era stata esposta tutta la vicenda privata relativa all’inadempimento ed alla messa in mora, in violazione dell’orientamento espresso dal garante circa la necessità di modalità riservate per le comunicazioni di diffida e messa in mora e circa la residualità dell’invio delle stesse presso il luogo di lavoro, solo in caso dell’infruttuoso esito di tentativi presso l’indirizzo privato del debitore”

Sulla base di tali presupposti il Tribunale di Roma aveva condannato il Ministero al risarcimento del danno ravvisando “la responsabilità aquiliana dell’Amministrazione ai sensi degli artt. 2043, 2050 e 2059 c.c., oltre che del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 15”.

Il Ministero ha proposto ricorso in Cassazione ritenendo che andava considerato che la comunicazione costituiva “un provvedimento datoriale, come tale di competenza del Dirigente scolastico D.Lgs. n. 165 del 2001, ex art. 25, comma 4” che dispone che “nell’ambito delle funzioni attribuite alle istituzioni scolastiche, spetta al dirigente l’adozione dei provvedimenti di gestione delle risorse e del personale” e, inoltre, che l’Amministrazione avrebbe potuto incaricare il Dirigente di procedere al recupero.

La Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto il motivo infondato.

Gli ermellini, in primis, evidenziano come risulti incontestato “che delle due mail inviate all’indirizzo PEC dell’Istituto scolastico ove la P. prestava servizio, la prima diretta alla P. – conteneva una diffida ad adempiere ed una messa in mora per spese legali, conseguenti ad un pregresso contenzioso, mentre la seconda – indirizzata all’Istituto, e solo per conoscenza alla P. – conteneva, oltre la richiesta dei dati stipendiali necessari a promuovere l’azione di recupero forzoso, la dettagliata esposizione di tutta la vicenda debitoria e della inutile diffida e messa in mora. Risulta altresì incontestato che, in ragione dell’utilizzo della PEC istituzionale vennero a conoscenza del contenuto di entrambe le mail il Dirigente scolastico ed il personale di segreteria, condotta ritenuta lesiva del diritto alla riservatezza della P.”.

Nel richiamare i princìpi che caratterizzano le modalità di trattamento dei dati personali di cui all’art. 11, comma 1 D.Lgs. n. 196/2003 (liceità ecc.), la Corte ha rammentato che per quanto attiene la specifica materia del recupero crediti deve essere preso in considerazione il provvedimento del 30.11.2005 con cui l’Autorità per la protezione dei dati personali ha prescritto le misure necessarie affinché l’attività di recupero crediti, sia che si realizzi direttamente a cura del creditore, sia che venga attuata nel suo interesse da terzi, si svolga nel rispetto dei principi di liceità, correttezza e pertinenza fissati dal predetto art. 11, comma 1, evitando comportamenti che possano ledere la riservatezza del debitore in merito alle sue vicende personali.

“Il provvedimento è stato emanato per contrastare l’esistenza di alcune prassi finalizzate al recupero stragiudiziale dei crediti, caratterizzate da modalità di ricerca e di presa di contatto invasive e, talora, lesive della riservatezza e della dignità personale. Tra l’altro, l’Autorità ha puntualizzato che il trattamento dei dati personali del debitore, nell’ambito dell’attività di recupero crediti deve rispettare: il “principio di liceità nel trattamento“, che può ritenersi violato, ad esempio, dal comportamento consistente nel comunicare ingiustificatamente a soggetti terzi rispetto al debitore (quali, ad esempio, familiari, coabitanti, colleghi di lavoro o vicini di casa), informazioni relative alla condizione di inadempimento nella quale versa l’interessato; il “principio di correttezza nel trattamento“, in ragione del quale devono ritenersi preclusi, sia in fase di raccolta delle informazioni sul debitore, sia nel tentativo di prendere contatto con il medesimo (anche attraverso terzi), comportamenti suscettibili di incidere sulla sua dignità, qui riguardata sul solo piano della disciplina di protezione dei dati personali; tale principio può ritenersi violato, tra l’altro, quando le sollecitazioni di pagamento siano portate a conoscenza di persone diverse dal debitore, come può accadere nel caso di utilizzo di cartoline postali o tramite l’invio di plichi recanti all’esterno la scritta “recupero crediti” (o locuzioni simili, dalle quali possa comunque desumersi l’informazione relativa all’asserito stato di inadempimento del destinatario); il “principio di pertinenza e finalità“, desunto sempre dal D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 11, in ragione del quale possono formare oggetto di trattamento i soli dati necessari all’esecuzione dell’incarico, con particolare riferimento ai dati anagrafici riferiti al debitore, codice fiscale (o partita Iva del medesimo), ammontare del credito vantato (unitamente alle condizioni del pagamento) e recapiti (anche telefonici), di norma forniti dall’interessato in sede di conclusione del contratto o comunque desumibili da elenchi o registri pubblici”.

Sicché, nel caso di specie “entrambe le comunicazioni, indubitabilmente, hanno comportato il trattamento dei dati personali e sono state espressione di attività volta al recupero del credito vantato dall’Amministrazione. La decisione impugnata risulta immune dai vizi denunciati in quanto, in applicazione degli anzidetti principi, ha rettamente ravvisato la illiceità del trattamento, posto che i dati concernenti la debitoria della P. – in violazione del principio di correttezza – non sono stati comunicati a lei personalmente, ma ingiustificatamente avvalendosi della PEC istituzionale del datore di lavoro, il che ha consentito l’accesso e la conoscenza di tali dati – insita nell’utilizzo del mezzo di comunicazione adoperato – da parte dal dirigente scolastico e dal personale di segreteria, nonostante il carattere privato degli stessi; inoltre, per quanto riguarda la seconda comunicazione va osservato che la liceità della richiesta dei dati stipendiali della debitrice rivolta al datore di lavoro, pur ravvisata dal Tribunale, non esonerava il creditore dal rispettare i canoni di pertinenza e di finalità, che impongono di limitare allo stretto necessario i dati e le informazioni sulla posizione debitoria dell’interessato, e che – come accertato dal Tribunale – nel presente caso sono stati palesemente violati”. Né la condotta del Ministero trova legittimazione nella ipotetica “possibilità di delegare il Dirigente scolastico per l’esecuzione del recupero credito” in quanto “da un lato, ciò non integra una giustificazione alla ampia propalazione dei dati accertata nel caso specifico; dall’altro non appare decisiva, posto che il credit ore, anche nel caso in cui intenda avvalersi di un terzo per il recupero del credito deve ugualmente rispettare i principi prima ricordati e deve altresì assicurarsi che ciò avvenga anche a cura dell’incaricato, mentre le modalità in concreto attuate non appaiono in alcun modo conformi ai principi anzidetti per le ragioni esposte”.

Di conseguenza, la Corte di Cassazione ha affermato il seguente principio di diritto: “In tema di trattamento dei dati personali, di cui al D.Lgs. n. 196 del 2003, integra una violazione del diritto alla riservatezza e dell’art. 11 del cit. Cod. Privacy, il comportamento di un creditore il quale, nell’ambito dell’attività di recupero credito, svolta direttamente ovvero avvalendosi di un incaricato, comunichi a terzi (familiari, coabitanti, colleghi di lavoro o vicini di casa), piuttosto che al debitore, le informazioni, i dati e le notizie relative all’inadempimento nel quale questo versi oppure utilizzi modalità che palesino a osservatori esterni il contenuto della comunicazione senza rispettare il dovere di circoscrivere la comunicazione, diretta al debitore, ai dati strettamente necessari all’attività recuperatoria“.

Sulla base di tali motivazioni, la Corte di Cassazione ha rigetto il ricorso presentato dal Ministero.

 Di avv. Stefano M. Sisto

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